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(03/08/2017) - Un viticoltore di montagna: Elio Ottin

Il nostro Luca Vittori va a trovare Elio nella sua cantina di Porrosan Neyves, ad una manciata di chilometri a nord di Aosta

Un viticoltore di montagna: Elio Ottin

Ho sempre avuto una particolare predilezione per i vini di montagna. Trovo che si portino dentro tutta la fatica, l’amore e le difficoltà per la “viticoltura eroica”. Ed eroica, la viticoltura in Valle d’Aosta lo è di certo se si pensa che i vigneti di Morgex, borgo ai piedi del Monte Bianco, raggiungono i milleduecento metri di altitudine, quota quasi proibitiva per la maturazione delle uve.

La valle corre da ovest ad est ed è letteralmente tagliata in due dal corso della Dora Baltea; è sulla sinistra orografica di quest’ultima –l’adret, opposto all’enver- che si concentra la stragrande maggioranza dei vigneti, che, potendo godere di un’esposizione a mezzogiorno, scarse precipitazioni e grandi escursioni termiche giorno/notte, trovano condizioni favorevoli per la maturazione dei frutti e per lo sviluppo degli aromatici varietali. I terreni sono di origine morenica dato che l’intera valle è stata plasmata dal ghiacciaio Balteo che nel Pleistocene arrivava, con uno spessore anche di un chilometro fino ad Ivrea, come testimonia ancor oggi la Serra d’Ivrea, la lunghissima collina, estremamente lineare che non si può non notare percorrendo il raccordo autostradale che collega la Milano-Torino all’autostrada per Aosta e che altro non è se non ciò che resta della morena laterale sinistra di quell’antico ghiacciaio.

La Serra d’Ivrea


Percorrendo la valle, è facile farsi incantare dai terrazzamenti, piccoli lembi di terreno, letteralmente strappati alle montagne, con i loro muretti a secco sui cui sono impiantate le viti, spesso allevate ancora con la tipica pergola vadostana. È terra di vitigni autoctoni la Valle d’Aosta, come il petit rouge, il fumin, il vien de nus, il cornalin, il mayolet e la premetta, alcuni dei quali quasi scomparsi e recuperati nel corso degli ultimi sessant’anni grazie al prezioso lavoro dell’Institut Agricole Régional, fondato nel 1951.

La prima DOC di zona è del 1971, mentre la DOC regionale del 1985; la Valle d’Aosta o Vallée d’Aoste, unica DOC della regione, è suddivisa in sette sottozone, da nord a sud: Blanc de Morgex et de La Salle, dove domina il priè blanc, altro vitigno autoctono, Enfer d’Arvier, bellissimo anfiteatro naturale, Torrette patria del Petit Rouge, Nus dove con il pinot grigio, chiamato localmente malvoisie, si producono degli ottimi Malvoisie Flétri, Chambave, con il suo Muscat e poi Arnad-Montjovet e Donnas, dove a dominare è invece il picotener, biotipo locale del nebbiolo.

I tipici terrazzamenti con le viti allevate a pergola valdostana


Come dicevo, i vini di montagna mi hanno sempre affascinato e così, in una bella domenica mattina, armandomi di un po’ di “faccia di bronzo”, sono andato a trovare Elio Ottin che, con il figlio Nicolas, conduce e gestisce l’azienda di famiglia, la Ottin- viticulteur et encaveur. Siamo nella frazione di Porrosan Neyves, una manciata di chilometri a nord di Aosta e fa decisamente caldo, un caldo anche un po’ anomalo da queste parti. Elio ci accoglie nella piccola ma squisitamente arredata sala degustazione e comincio col chiedergli come è iniziata la sua avventura di viticoltore e produttore di vino. “Ho acquistato i primi terreni quando avevo circa 23 anni, c’era un po’ di uva, mele e pascoli per l’allevamento di bovini. Fino al 1999 ho lavorato negli uffici della regione ma a quel punto l’azienda era cresciuta e si è resa necessaria una decisione anche se non facile: lasciare il posto fisso e diventare a tutti gli effetti un imprenditore. L’uva veniva conferita in cooperativa ma il sogno era già quello di imbottigliare il nostro vino e commercializzarlo direttamente.
Sogno realizzato nel 2007: 30.000 bottiglie per tre vini: Petite Arvine, Pinot Noir e Torrette Superieur. Oggi le etichette sono cinque, per circa 50.000 bottiglie: alle tre già citate si sono aggiunti il Fumin e Nuance, una petite arvine di una vigna particolare che spesso in autunno botritizza un po’ e che viene vinificata in legno”.

Mentre chiacchieriamo, nel bicchiere c’è  la Petite Arvine vinificata in acciaio e ne approfitto per chiedere qualche lume sul vitigno dato che ci sarebbe un po’ di diatriba sulla sua provenienza: l’origine dovrebbe essere del Vallese, cantone svizzero confinante con la Valle d’Aosta ma c’è chi sostiene che sia un autoctono valdostano. “Non c’è nessuna diatriba –dice Elio- la petite arvine è stata portata dal Vallese in Valle d’Aosta verso la fine degli anni ‘60 dal canonico Joseph Vaudan che era a capo dell’Institut Agricole Régional e che, nel momento della rinascita della viticoltura della valle ha voluto provare ad inserire questo vitigno accanto ai vitigni internazionali e bisogna dire che, soprattutto negli ultimi tempi, sta dando risultati davvero interessanti”.
In effetti la Petite Arvine 2016 di Elio Ottin è un gran bel vino; ottimo equilibrio e corrispondenza naso-bocca. Il bouquet è decisamente accattivante, con una mela croccante in bella evidenza, poi frutta tropicale e i prati di montagna fioriti a luglio che risvegliano ricordi di estati lontane. L’assaggio è vibrante, verticale, con una bellissima acidità, molto minerale e di ottima persistenza.

Proseguiamo gli assaggi con il Pinot Noir 2015. “Questo è il vino che primo fra gli altri ci ha fatto conoscere fuori dalla Valle d’Aosta; in effetti io pensavo, sbagliando, che fosse più facile vendere i vitigni che sono esclusivi del nostro territorio, invece di norma, il consumatore, a meno che sia un po’ guidato e consigliato, tende ad andare su ciò che già conosce e il pinot nero è sicuramente qualcosa di familiare. È un vino che ha sorpreso anche noi perché sinceramente non pensavamo di poter ottenere un vino del genere dalle nostre vigne”. È un pinot nero maturato in parte in botti grandi e in parte in barriques; vino elegantissimo, di grande pulizia, dove i tratti tipici del vitigno si esprimono con sorprendente leggerezza; dai piccoli frutti rossi alle note pepate e speziate, la viola e una piccola punta di grafite. Leggerezza che si ritrova anche all’assaggio, profondo e lungo e sempre, comunque “di montagna”, da aspettare qualche anno, a parer mio, per gustarlo nel suo massimo splendore.

Con il Fumin 2015 torniamo ai vitigni autoctoni. Ci sono notizie di quest’uva già dai primi anni del 1700 anche se per una descrizione dettagliata bisogna aspettare gli scritti di Lorenzo Francesco Gatta del 1838 che lo descrive come austero, resistente al freddo ed adatto a lunghi invecchiamenti.
“Prima di vinificare –spiega Elio Ottin- dato che il fumin è un vitigno che ha sempre qualche difficoltà a completare la maturazione, le uve fanno un leggero appassimento in casetta, cui segue, dopo la fermentazione alcolica, una macerazione che può andare da un mese a due mesi, a seconda dell’annata, a cappello sommerso, in tini di legno da 30 ettolitri, che ci aiuta a levigare i tannini. L’affinamento avviene sia in botti grandi da 20 ettolitri, sia in barriques”. Rubino quasi impenetrabile, profondo, rende impazienti all’assaggio. Marasca, frutti di bosco, viola, erbe aromatiche, sottobosco, cacao, tabacco, tutti in bell’equilibrio a creare un naso intenso, invitante; pieno e rotondo, di corpo, esprime l’eleganza tipica dei vini di Elio Ottin. Ancora un po’ scalpitante in bocca, è espressione perfetta del territorio da cui nasce e anche in questo caso consiglierei di lasciarlo riposare qualche tempo in cantina.


Bene, non è il caso di approfittare oltre dell’ospitalità della famiglia Ottin ma a chi ancora non conosca i vini della Valle d’Aosta, consiglio vivamente di provare questi vini unici, non fosse altro per scoprirne i vitigni autoctoni, vere piccole perle della nostra enologia, che stanno sorprendendo non solo gli appassionati ma, a volte, gli stessi produttori, senza ovviamente tralasciare ciò che alcuni vitigni internazionali riescono ad esprimere in questo territorio straordinario.

Luca Vittori ed Elio Ottin



Luca Vittori

 


 


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