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Puglia, un fascino…'primitivo'

Breve viaggio del nostro Luca Vittori in Puglia alla ricerca delle suggestioni del Primitivo

Puglia, un fascino…'primitivo'

“In Puglia, se ci vai… poi ci torni”.
Queste le parole di un caro amico quando gli ho detto che nei giorni tra Natale e l’Epifania, avrei fatto un bel giro in Puglia per  visitare alcune piccole aziende con prodotti di eccellenza.
L’occasione veniva dal fatto che mi è stato richiesto di trovare un primitivo da inserire nel catalogo di un importatore statunitense e cosa c’è di meglio del poter associare una vacanza ad un piacevole lavoro “per cantine”?

Insieme al negroamaro il primitivo è sicuramente un vitigno-icona per questa regione; importato –sembra- dalla Croazia dove è conosciuto con i nomi di crljenak kaštelanski, tribidrag o plavac mali ("piccolo blu" in italiano) è gemello del californiano zinfandel. Fu selezionato verso la fine del ‘700 dal sacerdote Don Filippo Francesco Indellicati, primicerio di Gioia Del Colle che notò questo vitigno, tra le tante varietà coltivate in zona, per la sua maturazione precoce e che per tale caratteristica chiamò, appunto, “primativo” o “primaticcio”. La coltivazione, nel tipico alberello pugliese, si estese presto a tutti gli agri di Gioia Del Colle, come Acquaviva Delle Fonti, Turi, Noci e Altamura ed arrivò poi a Manduria per effetto delle nozze tra la contessina Sabini di Altamura e Don Tommaso Schiavoni–Tafuri di Manduria.

Caratteristica quasi unica di questo vitigno è inoltre la fertilità delle femminelle, che sviluppano dei piccoli grappoli, detti “racemi”, capaci di dare, a volte, una vera e propria seconda produzione, leggermente più tardiva.

Prima tappa a Gioia Del Colle, dove la DOC, istituita nel 1987, che comprende sedici comuni in provincia di Bari, prevede per la tipologia “primitivo”, l’uso esclusivo di questo vitigno.
Terra a metà strada tra Mare Adriatico e Mar Ionio, la murgia barese beneficia di brezze marine che contribuiscono alla sanità delle uve, limitando al minimo il bisogno di trattamenti in vigna. La terra rossa che domina l’altipiano, con coltivazioni di mandorle, ciliegi, olive e naturalmente viti, sembra già richiamare ciò che si troverà nei suoi vini. Ai moderni impianti a spalliera si affiancano ancora molti vigneti ad alberello pugliese, che a fronte di bassissime rese restituiscono grande qualità, eleganza e sapidità.

Vigneto a Gioia del Colle con la tipica terra rossa


Nicola Chiaromonte tiene molto a sottolineare l’importanza degli insegnamenti ricevuti dai genitori: “da mio padre ho imparato le potature e tutto ciò che si deve fare in campagna, a riconoscere il terreno e cosa quel terreno può dare, mentre mia madre mi ha insegnato le lunghe macerazioni e a chiedere il massimo alla materia prima e a me stesso”.
Azienda moderna la sua, proiettata verso il futuro, convinto com’è, che il potenziale qualitativo dei vini di questi luoghi sia immenso. Piedi e cuore però, ben piantati in una tradizione senza la quale non sarebbe possibile esprimere il carattere, l’opulenza e l’eleganza del Muro Sant’Angelo Barbatto 2013, cru da un vigneto di alberelli a 330 metri sul livello del mare, o la sorprendente evoluzione nel bicchiere della Riserva Chiaromonte 2008, anch’esso da un vigneto di alberelli con una resa di 30 quintali/ettaro: inaspettatamente discreta al primo sorso, si rivela però, dopo qualche secondo, per il grande vino che è; ti chiede di aspettarlo, di non avere fretta, di seguirlo, permettendoti così di apprezzare tutte le sue innumerevoli sfumature.

Alberello di oltre cent’anni nei vigneti delle Tenute Chiaromonte

A sud-est di Gioia Del Colle c’è una collina, chiamata Spinomarino, che essendo la più alta della contrada Gaudella è particolarmente assolata e ventilata; qui ha i suoi vigneti l’azienda Fatalone, dove il rispetto per la natura è uno stile di vita.
I vigneti, tutti di proprietà, si estendono attorno alla masseria, con la cantina scavata nella roccia e che accoglie i visitatori letteralmente “a suon di musica”. Pasquale Petrera, discendente di Nicola, che acquistò i terreni alla fine del XIX secolo, crede molto nella musicoterapia e difatti la diffusione di musica classica arricchita da suoni della natura è costante perché “le micro-vibrazioni causate dalle onde sonore sulle botti favoriscono l’attività della micro-flora e la micro-ossigenazione del vino”.
Il Primitivo Riserva 2011, ancora da imbottigliare, è un primitivo dalla personalità particolare: leggermente avaro dei tipici sentori di confettura e frutta sottospirito, propone invece un bell’equilibrio tra frutto fresco, speziatura, balsamicità e mineralità. Sebbene abbia naturalmente bisogno di riposare in bottiglia per smussare qualche spigolosità, è da aspettare con impazienza,  e  certo, non deluderà le grandi aspettative che ci lascia.

Vitivinicola Giuliani è invece a Turi. 50 ettari di proprietà nella contrada “detta sotto il canale”, seguiti direttamente dal titolare ed agronomo Vito Donato Giuliani che, come dice Rino De Angelis, direttore commerciale dell’azienda, “non riesce a stare lontano dalla vigna; cascasse il mondo, alla mattina alle cinque è in campagna!”. Ricerca della qualità in vigna e in cantina come priorità.
Lavarossa è un gran bel primitivo, con un eccellente equilibrio al naso tra frutto e speziatura, pieno all’assaggio con acidità e tannini molto morbidi a bilanciare la leggera dolcezza. Baronaggio è invece un cru da un vigneto di terra rossa e pietrosa con buone escursioni termiche dove sono a dimora viti di oltre trentacinque anni. Interpretazione moderna con modesto residuo zuccherino e grande carattere per questo cru di ottima pulizia olfattiva e struttura,  con alcool ben integrato pur segnando il 15,5% di titolo alcolometrico; sapido e persistente, dal sorso estremamente sfaccettato di frutta matura, spezie, ottima acidità e tannini molto ben dosati, finale balsamico e di radice di liquirizia.

Marianna Annio ci accoglie in una giornata estremamente fredda per Gioia del Colle, mentre in cantina le attività fervono; Agricole Pietraventosa è l’azienda che lei e il marito Raffaele Leo conducono con orgoglio e intraprendenza. Circa 4 ettari e mezzo di vigneto a cordone speronato con resa media di trenta quintali/ettaro cui si aggiunge un vigneto ad alberello pugliese. La cantina è scavata nella roccia carsica tipica di questa  zona ed è immersa nella splendida campagna che circonda la bella cittadina pugliese. Un bellissimo rosa carico è la prima cosa che ci colpisce quando Marianna ci fa accomodare per farci assaggiare i suoi vini; EstRosa, il cui nome gioca con la parola “estrosa” e il latino “est rosa”, è un primitivo vinificato in rosato, con un 10% di aglianico, dallo splendido colore, vivo ed intenso, che conquista già dal primo assaggio; un vino dal carattere originale e invidiabile. Non si può però non raccontare la Riserva Pietraventosa; un primitivo da un vigneto di circa un ettaro di viti ad alberello di oltre quarant’anni di età. Vino di grande eleganza a bilanciarne la notevole potenza che, nell’espressione delle tre annate che abbiamo degustato, 2012, 2011 e 2008, dimostra tutte le sue ambizioni da “numero uno”.

Un vigneto con I tipici alberelli

Il tratto di costa che da Marina di Lizzano scende fino a Porto Cesareo ha un fascino indescrivibile. Passeggiare poi su queste spiagge selvagge in pieno inverno, quando sono completamente deserte, in una splendida giornata di sole, rende l’esperienza quasi mistica. Siamo quindi in un’altra area altamente vocata per il primitivo; Lizzano è infatti uno dei quindici comuni compresi nel territorio di produzione del Primitivo di Manduria DOC e del Primitivo di Manduria Dolce Naturale DOCG.

Le spiagge selvage della costa ad est di Manduria

Già Plinio il Vecchio definì Manduria città “viticultosa” e descriveva la straordinaria qualità dei suoi vini; non a caso ancora oggi in dialetto pugliese, per indicare un buon vino, si usa spesso il termine “mieru”, dal latino “merum”. Questa parola era usata per distinguere, appunto, il “merum”, ossia il vino da consumarsi puro, più buono, dal “vinum” che veniva invece miscelato con miele, acqua e resine. E ancora, il vino pugliese era anche quello che bevevano crociati e pellegrini in partenza dal porto di Brindisi per la terrasanta in segno di buon auspicio, da cui il termine “fare come a Brindisi”, “fare brindisi”, “brindare”. Non deve quindi trarre in inganno il fatto che la grande rinascita vitivinicola di questa regione sia recente; il legame di questa terra col vino di grande qualità, è antichissimo.
Prima ottima sorpresa: la Masseria Bagnara a Marina di Lizzano, dove alloggiamo. Splendido recupero dell’antica struttura rurale, estremamente curato in tutti i particolari. Di grande eleganza e sobrietà anche l’arredamento dove non si può fare a meno di notare i vari oggetti d’arte ceramica di Grottaglie, come le splendide lampade di Francesco Fasano. Alessandro Pagano e il figlio Amedeo sono splendidi padroni di casa ed il soggiorno si rivela veramente piacevole; peccato non aver potuto godere anche della bella piscina che, data la stagione, poteva essere consigliata giusto per una sauna finlandese, ma torneremo di sicuro. Niente paura: so bene che non sto scrivendo per Tripadvisor, ma c’è un motivo preciso ed “enologico” per cui sto indugiando su questo resort: la carta dei vini, dei distillati e degli olii del ristorante. Amedeo infatti si rivela essere un grande appassionato e l’intera selezione è degna di un ristorante pluristellato. La cantina poi, che lo stesso Amedeo ci accompagna a visitare, è qualcosa di unico: ricavata all’interno di un antico trullo, ha le pareti interne ordinatamente tappezzate di bottiglie fino al soffitto ed essendo a pianta circolare riesce a creare la magia che potrebbe vivere un bambino in un negozio di giocattoli.

L’antico trullo della masseria Bagnara che ospita la cantina del ristorante

Il primo appuntamento è a Sava, alla Vinicola Savese, dove ci accoglie Massimiliano Pichierri.
“Una volta il vino di queste parti era conosciuto come Primitivo di Sava, che veniva spedito al nord da Manduria, dove veniva affisso sui vagoni il nome della stazione di partenza e così diventò Primitivo di Manduria”. Massimiliano, che conduce oggi l’azienda di famiglia, è uno dei pochi produttori ad utilizzare ancora i “capasoni”, bellissimi contenitori in terracotta, prodotti dalle sapienti mani degli artigiani di Grottaglie, smaltati sia internamente che esternamente e che quindi permettono un’evoluzione al riparo dai processi ossidativi.
Due i vini che mi hanno colpito in particolare: Ajanoa 2009, Primitivo di Manduria secco, affinato in parte in vasche di cemento sotterranee e in parte in capasone, che una volta nel bicchiere, racconta tutto l’amore di questa famiglia per la propria terra, le proprie uve e il proprio vino e Il Capasonato, blend di due annate, 1984 e 1985, provenienti da alcuni capasoni che era stato necessario spostare quando l’azienda si trasferì nell’attuale sede e che si decise quindi di imbottigliare. Sorprendono la profondità olfattiva e il grande equilibrio tra alcool, zuccheri (rispettivamente 17,5% e 40 gr/litro), acidità e tannini di questo primitivo di oltre trent’anni che sembra essere li apposta a smentire il luogo comune che vuole questo vitigno non adatto a lungo invecchiamento.

I capasoni di Massimiliano Pichierri presso l’azienda Vinicola Savese

“Pronto… Alessandro… Sono Luca Vittori. Sono arrivato all’indirizzo che mi hai dato ma non riesco a trovare l’azienda…”.
“Ti vengo incontro”.
Sono in una via nel centro di Manduria e non c’è assolutamente niente che possa farmi pensare che qui ci sia un’azienda vitivinicola e invece, si apre una porta a meno di tre metri da me, dalla quale spunta Alessandro Attanasio. Sotto le volte a stella di un palazzo di fine ottocento che ospita l’intera produzione, Alessandro conduce oggi l’azienda fondata dal padre Giuseppe, producendo in tutto 15.000 bottiglie. Quattro le etichette: un Rosato IGT da uve primitivo, un Primitivo di Manduria DOC e due Primitivo di Manduria Dolce Naturale DOCG. Il primitivo secco è sicuramente uno dei migliori assaggi di questo viaggio in terra di Puglia, il frutto è esaltante ma non troppo “marmellatoso”, i 16 gradi e mezzo di alcool perfettamente integrati e bilanciati dalla freschezza e dalla grande mineralità, un vino difficile da dimenticare. E i due dolci naturali non sono da meno: il 2012 da vendemmia tardiva e il 2013 passito, le cui uve subiscono un leggero appassimento sui graticci, sono due vini opulenti, potenti; domina la prugna, anche sottospirito e in confettura, poi la ciliegia scura, il fico secco, il tamarindo e il rabarbaro, le spezie, le erbe medicinali, l’inchiostro e il cioccolato. Vini unici.

A Massafra, a nord di Taranto, vive un caro amico, e grande musicista, Gabriele Semeraro, la cui mamma, guarda caso, fa le migliori orecchiette che abbia mai assaggiato: obbligo quindi onorare tale eccellenza gastronomica, la quale ci dà l’occasione per spingerci fino a Crispiano.
Qui c’è un grande vigneto che non può non attrarre l’attenzione: su una superficie di oltre cento ettari corrono, a forma di grandi onde, i filari, interrotti ogni tanto da piccole isole che racchiudono circa 1500 ulivi secolari. È il vigneto dell’azienda Amastuola, voluto dal fondatore Giuseppe Montanaro con cui collaborano i figli Ilaria, Donato e Filippo. Così Giuseppe ci racconta con orgoglio la sua creazione: “quando ebbi l’idea di questo vigneto-giardino, con i filari ondulati, tutti mi dicevano che era impossibile da realizzare, ma nella mia vita da imprenditore ho imparato a non considerare la parola impossibile”. Dieci le etichette, principalmente da vitigni autoctoni, cui si aggiungono merlot, cabernet sauvignon, syrah, chardonnay e sauvignon blanc. Due i primitivo in purezza: un Primitivo IGT davvero piacevole e Centosassi, il campione di casa; rese molto basse e profilo davvero alto per questo vino che non delude, nel bicchiere, le grandi aspettative che ha saputo creare intorno al suo nome. Bellissimo frutto, cui si accompagnano le spezie ed una leggera balsamicità; molto elegante in bocca con un finale persistente ed intensamente fruttato.

Uno scorcio del vigneto-giardino dell’azienda Amastuola

Comincia a nevicare ma la Basilicata è a due passi e come resistere al fascino  misterioso dei Sassi di Matera? Quaranta minuti di auto per visitare una meraviglia che sarà la capitale europea della cultura nel 2019. Le previsioni meteo sconsiglierebbero ma un po’ di azzardo ogni tanto è il sale (o il peperoncino) della vita e quindi la direzione è: Ovest.
La magia della neve, evocativa di sfrenati giochi d’infanzia, diventa uno spettacolo incredibile quando imbianca, come non succedeva da circa quarant’anni, Matera; atmosfera affascinante quanto privilegiata che ci godiamo per i tre giorni di piacevole permanenza forzata dato che le strade sono impraticabili. Qui i profumi del primitivo sfumano piano piano in quelli dell’aglianico che si trasformano  in un irresistibile canto delle sirene, ma non c’è più tempo, dobbiamo tornare. Come moderni Ulisse, ci facciamo legare (dalle cinture di sicurezza) e puntiamo a nord, verso casa; per il momento il richiamo delle sirene del Vulture non riesce a vincere il nostro senso del dovere, ma non per molto…non per molto…promesso.

Luca Vittori

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IN VETRINA
CIAVOLICH AZIENDA AGRICOLA in vigna dal 1853
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